Cultura e Tradizioni



Riofreddo:"trebbiatura del grano" foto storica


"La cultura è un insieme complesso che ingloba tutte le attività, il sapere, le credenze, l’arte, la morale, le leggi, i costumi e ogni capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società." (E. B. Tylor, 1871)

Riofreddo: Paese di confine

La cultura è’ ciò che l’individuo trova alla nascita. Riguarda la condizione umana collettiva, è un attributo distintivo dell’essere umano in società. L’individuo e il gruppo sociale acquisiscono abilità pratiche, abitudini mentali, linguistiche e gestuali, modelli percettivi ed emotivi nella trasmissione culturale da una generazione all’altra; con lo scambio di opere e di idee, ognuno, a suo modo, trasforma giorno dopo giorno la propria cultura e quella del gruppo. Allora ogni persona partecipa della realtà culturale e comunica con gli altri. Questa comunicazione culturale è in varia misura negoziabile, fluttuante e creativa. Come un tessuto connettivo complesso, si estende ai vari livelli della società, all’interno della quale vengono condivisi le azioni e i loro prodotti, le convenzioni, i vissuti, i simboli. La rappresentazione che ogni protagonista della vita sociale - persona, famiglia o comunità - costruisce di sé e del mondo permette di acquisire la coscienza di sé e anche di definire delle diversità culturali. La elaborazione delle identità, delle diversità, delle somiglianze traccia i confini dell’essere, sviluppa la dimensione ideale e mitica. A Riofreddo, paese di confine, crocevia di scambi, le culture che transitano o si fermano, quelle che vengono dalla città, la cultura di paese e quelle familiari si incontrano e si scontrano. Sono a volte divergenti e conflittuali, perché regolate da progetti e interessi sociali ed economici diversi, ma collegano e connettono. Si può così scrivere la storia e raccontarla, interpretare la realtà e tracciare confini reali e immaginari. Le culture sono concerti di voci, polifonie. Nei secoli passati,per la sua particolare posizione geografica,Riofreddo si distingue dai èaesi limitrofi per essere al tempo stesso luogo di confine e di passaggio. le caratteristiche geigrafice sono all'origine dell'importanza strategico-politica e commerciale del territorio,ne giustificano la frequentazione fin da epoche antichissime e rendono chiara l'intenzione di coloro che determinarono la nascita del castello di Riofreddo.per la sua posizione di confine e di transito è luogo in cui confluiscono genti e popoli diversi, per questo oltre ad essere importante dal punto di vista militare, diviene luogo ove si incontrano e si confrontano culture diverse arricchendosi vicendevolmente di idee,usanze,idiomi e gredenze religiose.Il Ducato di spoleto aveva qui i suoi confini. Vi convergono gli interessi di Farfa e di Subiaco, è punto di confluenza della Diocesi di Tivoli, di quella dei Marsi,della reatine e della sabina. di nuovo terra di confine la ritoviamo sotto la dominazione dei Franchi. E frontiera rimarrà anche a delimitare a settentrione il regno Normanno,quindi angioino,Aragonese e Borbonico, fino alla costituzione del Regno d'Italia,per diventare allora soltanto un confine amministrativo.asse naturale di congiunzione fra le regioni tirreniche e quelle adriatiche, nel valico fra i monti Sabini
e quelli Simbruini, vi si costruiranno quelle infrastrutture, necessarie ad agevolare il traffico e sulle quali sempre si svolgeranno commerci, transumanza, passaggio di eserciti, di briganti, di idee, di culti. E' per questi motivi che in Rioreddo si svilupperà, più che negli altri paesi circostanti, un ospedale, una numerosa categoria di commercianti e carrttieri, un fiorente artigianato, una classe imprenditoriale piuttosto abile, un endemico contrabbando ed un sempre latente brigantaggio.


Contadini:
Particolarmente dura era la vita dei contadini, anche se producevano i mezzi di sussistenza e, come gli allevatori e i pastori, in periodi difficili (per esempio durante i periodi di guerra), riuscivano a sopravvivere meglio degli artigiani. I contadini possedevano la terra in quantità irrilevante e quella che lavoravano apparteneva ai grandi proprietari, tra i quali la Chiesa. I rapporti erano di colonìa, alla metà o alle tre. Chi “possedeva solo la vanga”, doveva affidarsi ai vaccari che venivano anche da altri paesi. I vaccari o bovari, possedevano i buoi e l’aratro, magari non avevano la terra, ma andavano a lavorare per altri, a opere, si spostavano anche in paesi limitrofi. A Riofreddo i terreni lavorativi erano pochi ed erano soprattutto terreni di montagna. Tutti quelli che si potevano coltivare, anche i dirupi, i luoghi meno accessibili, erano coltivati a grano, farro, orzo, biada e fave.


Pastori e Vaccari:
Notevole era l’importanza del bestiame a Riofreddo all’inizio del XIX secolo. Da una lista redatta nel 1813, si rileva la notevole quantità di animali: 21 cavalli, 38 muli, 105 asini, 110 buoi, 50 vacche, 2 giovenchi, 58 maiali, 935 pecore e 146 capre. Tra i novanta proprietari di animali, spesso a sòcceta, quelli che ne possedevano di più erano allora sei. Tutti avevano contemporaneamente buoi, cavalli e muli. Nell’ultimo secolo, tutti tenevano sei o sette pecore per il latte, un poco di caso e ji arbacchi; ma, durante la seconda guerra mondiale, vi erano a Riofreddo ben 44 pastori che ne avevano almeno una trentina; vi erano inoltre 33 vaccari e 9 pastori di capre. Quando era freddo, i pecorai andavano a Tivoli, Guidonia o alla Campagna romana. Un ‘cappottaccio’, u maju, la rete, la frucella di ferro per fare la ricotta, il somaro, il cavallo, un carrettino; si dormiva in una baracca di lamiere; a Riofreddo anche niente… solo un ombrello e un po’ di paglia sopra alla quale sdraiarsi. Le bestie erano un bene prezioso: le stalle erano tutte esposte al sole, sopra la fonte o a Castiglione. C’era chi possedeva buoi e vacche per lavorare la terra o per il traino, ma chi allevava le vacche nnucche per il latte e la carne. Il vaccaro o buttero lavorava i propri terreni e quelli altrui, andava a opera, a Riofreddo o nei paesi limitrofi, e lavorava sotto le piante d’olivo e per fare la maggese. Fausto Conti allevava vacche nnucche; le teneva nella stalla e dava loro il fieno, l’acqua calda con un po’ di farina e le barbabietole da foraggio. Vendeva i vitelli alla fiera e il latte in una latteria sulla via Valeria, un angolino maiolicato con un lavandino. Si trasportava il latte in un grande secchio di dieci-quindici litri; più recentemente si disponevano delle bottiglie in cesti morbidi e si distribuivano nei vari rioni del paese.
La sòcceta: Andavamo con le pecore a combattere i lupi, scalzi e nudi, senza mangiare
La sòcceta (soccida) traccia un confine importante tra ceti sociali diversi, tra possidenti da una parte, e pastori e vaccari dall’altra. Era un contratto soprattutto orale, raramente scritto, tra chi aveva i mezzi e chi non li aveva e, come per la terra, doveva dividere “alla metà”. Riguardava molti di coloro che lavoravano con gli animali, pecore o capre, vacche o buoi, ma potevano essere sottoposti allo stesso regime contrattuale anche i maiali. In sostanza, vi era il sòccio maggiore e il sòccio minore (Soccidante e soccidario cioè l’allevatore). Se il primo metteva tutti gli animali (soccida semplice ) il contratto durava sei anni e poi si divideva a metà. Se il secondo metteva la sua parte (soccida parziaria), per esempio tre parti il padrone e una parte il pastore, si divideva dopo cinque anni. Il sòccio minore faceva le parti, il sòccio maggiore sceglieva la sua, capava il mucchio. Il sòccio minore metteva il lavoro, si spartivano a metà il fieno, il latte, il formaggio e la sua preparazione, gli abbacchi e i vitelli, ma anche le tasse, le contravvenzioni, le spese. Il letame era considerato il provento maggiore, perché serviva a concimare la terra. “Dovevamo rubà alla famiglia pe’ mantenesse boni i signori” e sperare, così, nel rinnovo della sòcceta o del contratto d’affitto della terra (oppure della soccida con conferimento di pascolo, in cui il bestiame è conferito dal soccidario, mentre il soccidante conferisce il terreno per il pascolo).

Artigiani:
Riofreddo si caratterizzava per una importante presenza di artigiani, di gran lunga superiore agli altri paesi della zona e anche per questo motivo tale categoria era particolarmente rilevante dal punto di vista economico. Per la loro posizione sociale - “erano una categoria più evoluta, perché non stavano sotto padrone” -, per il fatto che non si dedicavano alla produzione del cibo e per la loro indipendenza e autonomia produttiva erano considerati un ceto sociale privilegiato: “ci stavano le distanze tra artigiani e contadini e pastori”. Vi erano sarti, calzolai, barbieri, scalpellini (più recentemente marmisti), falegnami, impagliatori ed ebanisti, pellicciai, tettaroli, mastri muratori, fabbri e maniscalchi, sellai o fabbricanti di basti; in ambito femminile, sarte e ricamatrici. Nell’archivio parrocchiale del 1924 vengono documentati a Riofreddo 30 calzolai, 28 muratori, 17 sarti, 6 fabbri, 5 falegnami, 5 scalpellini, 3 sellai. Il giovane apprendista andava a bottega dal padre stesso o da un altro artigiano, il mastro, che aveva con il suo giovane apprendista un rapporto speciale di tipo paterno. I mastri avevano vari lavoranti. Dal secondo dopoguerra, i sarti in particolare, andarono a imparare il mestiere presso le sartorie romane. Gli artigiani lavoravano per tutti i paesi della zona e si dividevano la clientela, “dove c’era da lavorà, andavi”. Molti di loro, la domenica, con le bisacce, con un somaro, a piedi, o con il treno andavano a consegnare i prodotti ai clienti dei paesi vicini e prendevano nuove commissioni e le misure necessarie. Alla bottega dell’artigiano si raccoglievano tante persone: era un luogo di incontro importante, dove circolava la comunicazione e si discutevano gli avvenimenti del paese. Gli artigiani, in genere non possedevano la terra, ma fabbricavano i loro prodotti per i contadini e per i pastori in cambio di frumento, granturco, patate, fagioli, formaggio, legna e carbone. Soldi ne giravano pochi, ma chi poteva pagava in denaro; per i creditori si teneva un “quaderno”. Si facevano delle distinzioni tra gli artigiani, per esempio tra sarti da una parte e calzolai e fabbri dall’altra, perché i sarti facevano un lavoro più “gentile”, più “pulito”. I sarti facevano le divise per i ferrovieri e, per i contadini, tagliavano e cucivano vestiti. Il lavoro finì per tutti quando si diffusero i prodotti confezionati di fattura industriale: pian piano gli artigiani chiusero bottega e trovarono un lavoro dipendente.

I Carrettieri:
"Con il carro, viaggiava la moneta…" Il luogo era quello di frontiera: ambiguo, insicuro, affascinante. L’ambiente erano montagne sassose solcate da freddi ruscelli e campi raschiati da aratri legnosi che lambivano i castagneti. Dove la valle sembrava allargarsi, piccoli appezzamenti di terra rossastra contendevano l’aria e la luce alla macchia di Sèsera. Dentro i confini del comune, come una ragnatela sfilacciata, si perdevano centinaia di sentieri, di strade sconnesse, strette e polverose che costringevano i carrettieri ad acrobazie magistrali per tenere fermi e diritti buoi e barrozza, cavalli e carretti, mule e vignarole. Era su questi carri che a Riofreddo, fino all’ultima guerra, viaggiavano i soldi e con essi la possibilità d’una veloce emancipazione sociale ed economica. Chi ne possedeva uno - intorno al 1850 si contavano ben 17 carretti - poteva ritenersi ricco o, almeno, sicuramente più ricco degli altri contadini schiacciati sulla terra dalla fatica e dai debiti. Chi, poi, faceva anche il procaccia postale, poteva ben dire, al pari del bovaro-carrettiere, che il mestiere rendeva e dava prestigio a tutta la famiglia.Sui carretti a due ruote trainati da uno o più cavalli, molte famiglie riofreddane, in particolare dalla metà del Settecento, hanno fatto viaggiare olio, ortaggi e frutta, che in paese non si producevano, carbone per i signori e carne da vendere nelle fiere. Ma anche grano e vino dei possidenti locali da smerciare. Erano carrettieri-mercanti che commerciavano con i contadini dei paesi limitrofi e, di contrabbando, anche con i regnicoli. Con loro viaggiava anche la moneta, orgogliosamente guadagnata ed esibita.Dopo il 1888, scaricati nella lontana stazione dal treno a vapore, in estate con il landau del procaccia, insieme alla posta, sono arrivate generazioni di villeggianti romani ad invadere la incredula località climatica di Riofreddo. E con esse ha viaggiato altra moneta che è servita a pagare pure gli artigiani locali, i pastori e i commercianti. I carrettieri costituivano una categoria forte, in grado di condizionare la vita politica e sociale del paese. Facevano un mestiere che rendeva e che permetteva loro di maneggiare denaro. Avevano un circuito di scambio limitano ai paesi vicini, all’area del carseolano e del reatino. Difficilmente si spingevano oltre, in mercati più aperti, fatta eccezione per quei pochi che commerciavano olio, carne o avevano una “posta fissa” per la vendita della frutta a Roma.Aderivano quasi tutti alla Confraternita di S. Antonio Abate, che invocavano quando “te se faceva ‘na ròta o te cascava ‘na bestia”. Erano personaggi sempre al centro dell’attenzione, custodi di segreti, avevano fama di dongiovanni e nelle osterie, metaforicamente, si vantavano di come erano bravi a fare “schioccà la frusta”.

Musica feste e identità:
"La musica di tradizione orale a Riofreddo" Nella vita sociale riofreddana, l’espressione musicale ha avuto una sua specifica funzione con forme e modalità proprie di trasmissione di questi saperi. Notevole importanza hanno avuto e hanno tuttora alcuni eventi rituali particolarmente sentiti dalla comunità di Riofreddo; tra questi, la Pastorella ancora in funzione e la Messa vecchia ormai defunzionalizzata. Entrambe hanno rappresentato in passato due manifestazioni rituali singolari e contrapposte all’interno delle dinamiche sociali del paese, con una propria organizzazione e struttura.I due eventi rituali erano infatti gestiti dai due ceti sociali principali: il ceto ‘agro-pastorale’, che per tradizione era protagonista riconosciuto dalla collettività della messa in scena della Pastorella, cioè della Sacra rappresentazione della natività di Cristo, e il ceto degli artigiani, anch’esso protagonista e riconosciuto dalla collettività, della esecuzione solenne per la festività della Messa vecchia. La prima è sopravvissuta alle recenti trasformazioni pagando con alcune modifiche apportate alle proprie modalità esecutive In passato la parte strumentale veniva eseguita con lo strumento pastorale principale di quest’area etnico-culturale classificato dagli studiosi con il nome di zampogna zoppa della Valle dell’Aniene, che si presenta con caratteri organologici specifici (fattura dei chanters e bordoni, tipologia delle ance) e una propria autonomia musicale (impianto scalare e modi esecutivi).La Messa vecchia non è più in uso da circa venti anni ed è ormai patrimonio di pochi cantori che dispongono di una certa professionalità nell’esecuzione del canto. Essa è accompagnata con armonium a pedale e procede sostanzialmente in modo omoritmico, con le voci disposte secondo le parti a distanza di terza, quinta e ottava. Sono evidenti modalità vocali che risentono della tradizione semicolta, di discendenza clericale, arricchite da ornamentazioni gregorianeggianti. Della stessa tradizione sono gli inni e i miserere.

La Pastorella di Riofreddo: Nonostante le grandi trasformazioni socio-economiche che di recente hanno inciso su tutto il territorio nazionale, contribuendo a modificare in modo determinante le forme della espressività popolare, la Valle dell’Aniene conserva ancora alcune pratiche rituali particolari ed originali dal punto di vista della struttura e funzione sociale. All’interno della vita sociale riofreddana l’espressione musicale ha avuto una sua specifica funzione con forme e modalità proprie di trasmissione di questi saperi. Notevole importanza hanno avuto ed hanno tuttora alcuni eventi rituali particolarmente sentiti dalla comunità di Riofreddo; tra questi, la Pastorella, cioè la “Sacra Rappresentazione” della natività di Cristo. All’interno dell’area dell’Alta Valle dell’Aniene, a tutt’oggi Riofreddo risulta essere il paese che conserva ancora questa forma rituale, diffusa fino al recente passato anche negli altri centri di quest’area. A Riofreddo, la presenza di questa zampogna, è documentata dalla testimonianza diretta di tutta la comunità e dei cantori che ricordano l’ultimo suonatore del paese, Giuseppe Sebastiani detto “Della Pietra”, attivo fino agli ultimi anni 60’. Tra le modifiche più evidenti, rilevate da tutti nel paese, dai suonatori ai cantori e al resto della comunità, l’impatto sonoro percettivo è quello che è al centro di discussione durante le osservazioni fatte sulle differenze musicali. Ciò è dovuto alla introduzione della zampogna cosiddetta “a chiave” con accompagnamento della ciaramella che ormai predomina su tutto il territorio laziale, strumenti con i quali è stato ripreso il rito, poiché non si sono potuti avere a disposizione gli strumenti locali ormai quasi estinti.Oggi, alla esecuzione e al canto della Pastorella partecipano personaggi provenienti da diverse classi sociali presenti nel paese. La melodia e il testo del canto in uso, più nota con il titolo Tu scendi dalle stelle, è attribuita a Sant’Alfonso Maria De Liguori. Significativi dati circa l’arcaicità dell’evento rituale possono essere individuati in elementi extramusicali come la presenza delle “canne tinte”, o “canne col verde”. Le “canne col verde” vengono portate in processione durante la “Sacra Rappresentazione” insieme all’offerta dei doni al “bambino”, e rappresentano un elemento costante e di forte identità del rito riofreddano.

Gli oriundi e i villeggianti:
"Un tempo, ci si faceva i vestiti per venire a Riofreddo"Non sappiamo con precisione quando arrivano i primi villeggianti a Riofreddo. Sin dal XVI-XVII secolo, alcune famiglie di notabili frequentavano il paese per affari. Dalla fine dell’800, grazie alla costruzione della ferrovia e attirati da queste famiglie e dalla presenza dei Garibaldi, Riofreddo diventa paese di villeggiatura. All’inizio del ‘900, Luigi Sebastiani Del Grande, “gran signore, scapolo simpatico,allegro dongiovanni”, invita numerosi villeggianti della buona società borghese romana a trascorrere le loro vacanze estive in paese, contribuendo ad accrescere la fama di Riofreddo come ‘località climatica’ propagandata con numerose cartoline illustrate. Nel 1904, i Sebastiani Del Grande comprano la villa dei De Sanctis sulla via Valeria, all’altezza di piazza Donizetti, e un terreno con un grande parco che arriva fino alle Pantane, e che mette a disposizione dei villeggianti e poi degli ufficiali dei granatieri che, per un periodo vengono a fare il campo estivo a Riofreddo. Affitta altre abitazioni di sua proprietà e organizza feste da ballo, quadriglie, giochi di carte, partite di tennis, di bocce, tè, gite . Vengono allestiti anche recite, bazar, concerti. La villeggiatura è per i Riofreddani una grande opportunità economica e, ancora oggi, un vanto. Dal secondo dopoguerra, Comune e Pro Loco organizzano giochi popolari e passatempi: la corsa con gli asini, la corsa nei sacchi, il gioco del cucchiaio e della patata, l’albero della cuccagna, veglioni danzanti, ecc.. Gite, partite di tennis e battute di caccia sono occasioni di divertimento e di socializzazione. Il ballo della pupazza (fantoccio di canna e cartapesta fatto ballare in piazza la festa della Madonna di Ferragosto, quella della Madonna dei Fiorentini e la fiera a settembre attirano ancora i villeggianti, rappresentanti soprattutto dei ceti sociali legati alla politica, allo spettacolo e alla libera professione. I villeggianti costruiscono per sé case e ville a Riofreddo. Vi sono a Riofreddo varie pensioni e locali di ristoro: la Villetta, la Pensione Garibaldi, Villa Rio, la Trattoria dei cacciatori frequentata dal pittore Coleman, l’Osteria di Benedetto Vasselli, la Tana dei lupi e la Capanna Azzurra sulla Tiburtina-Valeria che da ospitalità ai viaggiatori . Negli anni ’50 del XX sec. , la Pro Loco confeziona boccette di acqua Limosa e barattoli della “lievissima aria di Riofreddo”. Oggi si organizza l’Estate riofreddana con passatempi vari, sagre, teatro, concerti, sfilata di moda, vendita di prodotti di artigianato locale, mostre e eventi culturali al Museo, ecc.


La gastronomia:Nel territorio di Riofreddo, aspro e quasi del tutto montuoso, è ancora vivo il ricordo di una vita contadina sana, sebbene difficile e dura a causa delle scarse risorse agricole, ma sopportata dalla sua forte gente con tenacia ed ottimismo. Non vi erano grandi distese coltivate a grano, nessun oliveto e pochissimi vigneti. Il granoturco e il farro venivano coltivati in piccoli appezzamenti ed ogni contadino provvedeva con l'allevamento del maiale a procurarsi i grassi necessari per il condimento delle vivande e rifornirsi di carne per l'inverno con prosciutti e salsicce. La carne, appannaggio di pochi e solo per i giorni di festa, era quasi sempre di castrato, pecora, capra o qualche altro animale da cortile.Ancora oggi, nonostante le molte attività industriali ed artigianali in cui hanno trovato un posto di lavoro, i riofreddani continuano a coltivare ed amare il loro piccolo appezzamento di terreno. Questo legame con la terra ci porta a gustare cibi locali dai sapori un po' forti, ma piacevolissimi e genuini. I primi piatti per antonomasia sono i “sagnozzi” conditi con il sugo con “sellaru e pumidoro” (sedano e pomodoro), la polenta e le “sagne” (le fettuccine). Le carni di pecora e di maiale sono i cardini della cucina di Riofreddo, cotti arrosto o a scottadito. Anche le castagne un tempo erano fondamentali per l’alimentazione dei contadini e dei pastori. A Natale si fa ancora la"nociata", e a Pasqua vengono confezionate nelle case la "pizza", un dolce di pasta lievitata, e la frittata. Le verdure ed i legumi hanno sempre avuto un ruolo importante nella dieta locale. La pizza rustica (la pizza ‘e turco), fatta con farina di mais, era un altro piatto giornaliero. I formaggi sono eccellenti, fatti ancora in casa con il latte di pecora. I prodotti fondamentali sono due: il pecorino (nelle varietà fresca e stagionata) e la ricotta. Una volta si trovavano in abbondanza i gamberi di fiume e le lumache (cammari e ciammaruche in dialetto).
Personaggi illustri:

Gaetano Donizetti, Luigi, Antonio e Virginia Vasselli:

Il legame del compositore Gaetano Donizetti(Bergamo 1797 - 1848) con Riofreddo è dovuto a due fratelli: Antonio (detto Tòto, Roma 1793 - 1870) e Virginia Vasselli (Roma 1808 - Napoli 1837). Il primo divenne uno dei più cari amici del compositore, la seconda sua moglie. Entrambi erano nati a Roma come il loro padre Luigi Vasselli, figlio dell’avvocato Francesco Vasselli, nativo di Riofreddo. La famiglia di Luigi Vasselli, sebbene residente nella capitale, mantenne sempre stretti rapporti con Riofreddo. Donizetti visitò certamente il paese di sua moglie, forse nel febbraio 1828. Il compositore, fidanzato ormai ufficialmente con la giovane Vasselli, doveva recarsi a Genova per l’inaugurazione del teatro Carlo Felice. Da Napoli fa tappa a Roma dove arriva il 2 febbraio. Nella capitale viene solo per rivedere Virginia che il 1° giugno diventerà sua sposa. Nell’archivio parrocchiale di Riofreddo, risulta che Virginia il 17 febbraio è la madrina di battesimo del piccolo Domenico Lucilla, e si trovava quindi in paese. Probabile che Gaetano, che era venuto a Roma esclusivamente per Virginia, abbia perciò accompagnato o raggiunto la fidanzata a Riofreddo fermandosi qualche giorno. Una testimonianza importante del soggiorno riofreddano di Donizetti fa bella mostra di sé su via Valeria, sopra il portone al numero 60. L’edificio su cui sorge l’epigrafe è uno dei più belli del paese e si svolge su via Valeria dal numero civico 56 fino al 66. Donizetti nella sua visita a Riofreddo fu ospitato qui perché Luigi Vasselli era il proprietario di uno degli appartamenti del palazzo. Quasi tutto il resto dell’edificio era, ed è tuttora, proprietà della famiglia Roberti fin dal 1649, anno in cui fu acquisito dai precedenti possessori, i Blasi. I riofreddani d edicarono all’illustre ospite la loro piazza più bella, quella che da sempre era semplicemente chiamata piazza del forno e che ancora oggi si chiama “Piazza Donizetti”.
Luigi Fabiani:“A' nostri giorni di Riofreddo inoltre fiorì Luigi Fabiani valente pittore, che si distinse negli ornati e nell'esprimere al vero gli animali, e perciò lodai nel vol. L, p. 269.” (Moroni) Nato nel 1741 arricchì la prima galleria bella Biblioteca Vaticana, nell’edificio di Paolo V, tra l’appartamento di S. Pio V e la galleria di Gregorio XIII.
Luigi Presutti: Vincenzo Federici, nel Necrologio pubblicato sull’Archivio della Società Romana di Storia Patria, illustra brevemente la figura di questo illustre studioso: “Nato a Riofreddo il 6 giugno 1857, si spense a Roma l’11 dicembre 1943. Fu socio ordinario della reale Società Romana di Storia Patria e collaborò ai lavori della Società illustrando per l’Archivio (vol. XXXII, 395; XXXIII, 313; XXXV, 101) le origini del Castello di Riofreddo e i Colonna di Riofreddo (secoli XIII e XIV). Negli ultimi anni di vita (dal 15 marzo 1937) fu anche ascoltato Membro del Consiglio della sezione Tiburtina della nostra Deputazione. Educato all’erudizione storica dall’esempio del Cardinal Di Pietro suo zio materno, dette per 33 anni (1895-1927) la sua attività scientifica all’ordinamento delle collezioni storiche dell’Archivio Segreto Vaticano, di cui fu scrittore e dove rimangono di lui anche gli schedari degli ‘Istrumenta Miscellanea’ dal n° 1 al n° 6564. Sono noti di lui anche i due volumi sulla storia di Vivaro e su quella di Cave. Interessante anche lo studio storico-critico sulla Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio. Membro della Pontificia Accademia di Religione Cattolica dal 1913, Ispettore onorario dei monumenti di Riofreddo, tutta la sua vita operosa spese all’incremento dei suoi studi prediletti”. Di Presutti parla anche G. A. Rossi in Ricerche Studi Informazioni, bollettino della Società riofreddana di storia arte cultura, n. 17, Riofreddo, 1992, p. 3.
Andrea Conti (Riofreddo 10 aprile 1766 - Roma 12 febbraio 1840):L’insigne astronomo Andrea Conti ebbe in Roma la cattedra di scienze fisico-matematiche al Liceo Gregoriano; e, prima discepolo poi amico e collega inseparabile del famoso Calandrelli, diresse insieme con lui la Specola fino al 1824. Fu Presidente del Collegio filosofico e socio dell’Accademia italiana dei Quaranta.
Domenico De Sanctis: L’Abate Domenico De Sanctis nacque a Riofreddo il 29 aprile 1721 e morì a Roma il 31 dicembre 1798 (la tomba è nella chiesa dei Santi Simone e Giuda). Fu avvocato curiale, archeologo, letterato, arciprete della Cattedrale di Tivoli e dal 17 giugno 1767 beneficiario della Basilica Vaticana. Nel 1761 pubblica la Dissertazione sopra la villa di Orazio Flacco. Altre sue opere: Del Sepolcro de’ Plauzi in Tivoli, D’Antimo città e municipio de’ Marsi.
Francesco Antonio Sebastiani:Nacque a Riofreddo il 14 Giugno 1782 e morì il 30 ( o 21?) Novembre 1821. Figlio di Vittorio Sebastiani e di Marsilia Agostini, fu settimo di 11 fratelli. Dagli scarsi documenti ritrovati sappiamo che nel 1802 (lettera del 4 agosto) abita a Trastevere, sta studiando Medicina a Roma, vuole diventare Medico Assistente e si lamenta di non avere mezzi e libri. Nel 1813 stampa "Romanorum plantarum fasciculus primus", a cui segue nel 1815 "Romanorum plantarum fasciculus alter", in cui si occupa delle piante del Colosseo. Tra il 1813 e il 1820 ricopre l'incarico di Direttore dell'Orto Botanico della Sapienza di Roma. In una lettera dell'8 Aprile 1818 comunica le sue intenzioni di sposare Caterina del Grande e parla di dare alle stampe un libro sulle piante dello Stato Romano. Questa opera a nome suo e del Mauri viene data alle stampe nell'ottobre 1818 e si intitola "Florae romanae prodromus". Nell' ottobre 1819 pubblica il lavoro "Esposizione del sistema di Linneo", opera destinata agli studenti della Facoltà di Medicina, in cui, in qualità di medico primario dell'ospedale di San Giovanni Laterano, tratta gli usi e rimedi delle piante spontanee ed esotiche presenti nell'Orto Botanico di Roma. In questa opera si può osservare la sua esatta conoscenza delle piante e la sua prudenza nel somministrare piante di cui non si conoscano in maniera documentata gli effetti sicuri o che possano risultare pericolose.




















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